La beffa del deficit
UNA CLASSE POLITICA IGNORANTE NON HA UNO STRACCIO DI IDEA DI COME METTERE I CONTI IN ORDINE E FAR CRESCERE L’ECONOMIA
di Enrico Cisnetto - 28 settembre 2026
La beffa della “beffa del deficit”. O meglio, il dramma della “beffa del deficit”. Eh sì, perché quando si è palesato quello 0,08% di disavanzo rispetto al pil oltre il fatidico tetto del 3% imposto dalla Ue, il governo ha urlato al complotto, arrivando ad accusare l’Istat di giocare sporco, e si è stracciato le vesti per non essere riuscito, per colpa di quella miseria di due miliardi e mezzo di deficit di troppo, a centrare l’obiettivo di uscire anticipatamente dalla procedura d’infrazione europea per disavanzo eccessivo. Mentre le opposizioni hanno puntato il dito sulla mancata crescita dell’economia e i limiti di una politica focalizzata solo sulla stabilità dei conti pubblici. Reazioni che, in entrambi i casi, partivano dal presupposto che se quel benedetto rapporto deficit-pil fosse invece sceso sotto il 3%, allora per l’Italia sarebbe stata tutta un’altra musica. Niente di più falso. Vittime di un micidiale concentrato di ignoranza tecnica e di stupidità politica, tutti i partiti hanno evocato la beffa – chi per lagnarsene, chi per costruire un capo d’accusa – mentre la vera beffa era proprio evocare la “beffa del deficit”. Una colossale fesseria che però si trasforma in dramma per tutti noi, visto che poi da questo errore di analisi e valutazione discende inevitabilmente una politica economica altrettanto sbagliata. Dunque, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
Il punto da cui partire è che il 30 aprile 2024 – ergo non da ieri – l’Unione Europea ha pensionato il vecchio Patto di stabilità e crescita, costruito attorno ai parametri del Trattato di Maastricht (3% del deficit e 60% del debito rispetto al pil), sostituendolo con una modalità di valutazione del percorso che ciascun Paese fa per rispettare quei limiti, che sono rimasti inalterati. Per ognuno viene costruito un percorso pluriennale (da 4 a 7 anni) della spesa pubblica netta (“reference trajectory”, percorso di riferimento) calibrato sulla situazione specifica di quel Paese. Dunque, considerato che il termine ultimo per l’Italia per uscire dalla procedura d’infrazione è il 2029 e considerato che in questi quattro anni di legislatura il governo Meloni ha imboccato il percorso virtuoso della sostenibilità della finanza pubblica visto quando si è insediato a fine 2022 il rapporto deficit-pil era pari all’8% (punto più alto l’anno prima con l’8,8%), in questa fase per Bruxelles che Roma risulti nell’esercizio 2026 sopra o sotto il 3% non fa alcuna differenza perché è e resta in piena “reference trajectory”, e di conseguenza nulla cambia ai fini della manovra di bilancio 2027 che il governo si appresta a varare. Se poi si aggiunge che ci sono altri nove paesi in procedura, tra cui la Francia peraltro messa decisamente peggio, anche la questione dello stigma così tanto evocata si relativizza.
Invece, complice un’indecente canea mediatica, si è montato un caso che ora rischia di diventare una brutta premessa per una pessima manovra finanziaria. Tanto più visto che sarà l’ultima della legislatura, e dunque è “elettorale” per definizione. I miei interlocutori nella War Room di giovedì 24 settembre (Mario Baldassarri, Giuseppe Pisauro e Gianni Trovati,qui il link) si sono mostrati meno pessimisti di me, ma io nonostante le loro rassicurazioni continuo a temere che in vista del voto si monti una manovra infarcita di sgravi, bonus e mance varie. Con il taglio selettivo del bollo auto e prima ancora con i reiterati interventi sulle accise a fronte dei rincari dei prodotti energetici – costo complessivo oltre 5 miliardi – già se ne sono viste le premesse. Ma ora, dopo la “beffa del deficit”, è possibile che a qualcuno venga in mente di esagerare partendo dal pericoloso presupposto secondo cui “non siamo riusciti a rimanere dentro il 3%, tanto vale arrivare al 4, se non oltre, tanto è l’ultima manovra della legislatura e dopo le elezioni Dio vede e provvede”. Salvini se ne è già fatto interprete, di questa linea, ma anche la stizza di Giorgia Meloni, piccata al punto da mettere in discussione l’ISTAT, dichiarando apertamente che “in quattro anni l’istituto di statistica ha sbagliato tutte le previsioni” e avanzando il sospetto che ci sia “chi lavora contro l’Italia per colpire noi” – un evidente riferimento al solito “establishment”, anche se non si capisce bene da chi possa essere composto dopo quattro anni del suo esecutivo, il più longevo della storia repubblicana – fa pensare che l’asse palazzo Chigi-Ministero dell’Economia su cui si è basata la tenuta responsabile dei conti pubblici di questo governo possa venir meno.
Il ministro Giorgetti, che non è parso particolarmente convinto (uso un eufemismo) degli ultimi interventi fiscali, se isolato potrebbe anche lui mollare gli ormeggi, come fa temere la pronta adesione alla proposta del suo partito di mettere mano alla legge Fornero o comunque di riportare l’età pensionabile a 64 anni (c’è solo da sperare che, come nel recente passato, si delimiti molto il perimetro della platea degli aventi diritto, depotenziando l’intervento a puro “provvedimento bandiera”). E anche la proposta di una tassazione agevolata (5%) sugli aumenti salariali ai giovani, pur lodevole nelle intenzioni, finirebbe per accentuare la tendenza già in atto di una giungla fiscale in cui un po’ tutti, per un motivo o per l’altro, godono di una qualche agevolazione e dove il principio (sacrosanto) della progressività va, nei fatti, a farsi benedire.
D’altra parte, lo stesso Giorgetti si è autodefinito come un “sovranista pragmatico”, senza valutare che si tratta di un ossimoro perché in questa fase della storia non c’è nulla di pragmatico nell’essere sovranista, per il semplice motivo che nessun paese, per quanto grande, può essere in grado di risolvere problemi immani che travalicano i confini nazionali. Possiamo riconoscere al ministro dell’Economia di essere stato, in questi quattro anni di governo, ben più pragmatico che sovranista. Ma ora l’ansia prodotta a destra dalla potenziale crescita elettorale del partito di Vannacci è fortissima, così come la tentazione di inseguirlo sul terreno delle sparate populiste nella speranza di vincere le elezioni o almeno di sopravvivere politicamente. Anche se non credo che questi provvedimenti elettorali serviranno alla Lega e a tutto il centro-destra per evitare un cattivo esito nelle urne. Né servirà suonare la fanfara, come si è fatto, intorno al possibile upgrade della crescita del pil di quest’anno fino all’1%, salutato come se, nel caso, si trattasse di un risultato eccezionale. Certo, meglio un punto pieno che uno zero virgola – ça va sans dire – e non va sottovalutato che la discreta congiuntura della prima parte dell’anno è stata realizzata nel contesto di uno scenario geopolitico globale gravido di incertezze. Ma siamo ben lontani da un tasso di sviluppo che ci possa consentire di fermare il declino, tanto più se si considera che si è chiuso – con risultati a dir poco modesti – il ciclo quinquennale del Piano di Ripresa e Resilienza.
Tuttavia, anche l’opposizione del “campo largo” non mostra di avere le idee chiare e di essere esente dal morbo populista. Anzi, a sinistra sono chiaramente vittime di un cortocircuito mentale intorno al rapporto tra crescita del pil e spesa pubblica. Intanto, pensano che sarebbe bastato produrre un pochino più di reddito per modificare il rapporto deficit-pil portandolo sotto la soglia del 3%. Ma non è così. Per il semplice fatto che la variazione del denominatore (pil) incide sul rapporto in misura molto minore di quella del numeratore (deficit). Infatti, partendo dal presupposto che il deficit attuale è il risultato del rapporto tra un disavanzo di circa 70 miliardi e un pil di 2.265 miliardi, per portarlo sotto la soglia del 3% sarebbero necessari 76 miliardi di pil in più a parità di disavanzo, mentre a parità di pil basterebbero 2,5 miliardi di disavanzo in meno. È una pura questione aritmetica, che evidentemente risulta sconosciuta nelle lande della politica.
Ma questo analfabetismo genera un conseguente errore politico: ignorare che occorre mettere mano molto di più di quanto non si faccia alla leva della spesa, che ammonta a 1250 miliardi (di cui ben il 34% va per la gestione del debito pubblico, solo il 23% per lo sviluppo e il restante 47% per le diverse voci del welfare) a fronte di 1.100 miliardi di entrate. Questo non vuol dire che l’altra leva, quella della crescita, non sia importante, ma per azionarla oltre alle riforme strutturali – che neppure con gli impegni presi con il Pnrr siamo riusciti a realizzare – occorre rivedere la composizione della spesa, smettendo di sussidiare qualunque cosa, e aumentare le entrate. Nel primo caso, bisogna riqualificare i 290 miliardi che già ora si spendono per lo sviluppo perché il loro rendimento è tendenzialmente improduttivo, tagliando drasticamente la spesa corrente a favore di quella in conto capitale, e per avere più risorse a disposizione occorre ridurre l’ammontare del debito e il suo costo di interessi passivi. Nel secondo caso, c’è il vasto bacino dell’evasione da prosciugare (qualcosa si è fatto con i meccanismi digitali di pagamento, ma non è sufficiente), c’è da realizzare il riallineamento tra redditi e patrimoni (è troppo lo squilibrio a favore dei secondi), c’è da disboscare la giungla fiscale visto che ormai siamo al fisco ad personam, e infine c’è da sanare la clamorosa ingiustizia sociale che nasce dal fatto che meno di un terzo dei contribuenti italiani paga quasi l’80% dell’Irpef complessiva, mentre quasi la metà della popolazione non dichiara redditi o non paga tasse.
Insomma, la tensione comunicativa che si è sviluppata intorno all’enfatizzata aspettativa di un’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione europea, con il contorno di fantomatici tesoretti che si sarebbero palesati, si è rivelata una bufala e un boomerang per chi l’ha montata. Ma anche la plateale dimostrazione, ove ve ne fosse bisogno, della povertà intellettuale e dell’inconsistenza politica della nostra classe dirigente, quella di governo e quella che ambisce a sostituirla. E consegna il Paese ad una campagna elettorale – follemente già in corso quando ancora non si sa la data del voto ma la si ipotizza ogni giorno mancando di rispetto istituzionale al Capo dello Stato cui solo spetta lo scioglimento delle camere e la chiamata alle urne dei cittadini – che si presenta più che mai vuota di contenuti reali e piena di slogan populistici da quattro soldi. Mettendo in crisi – lo spero ardentemente – i feticisti del “voto utile” che dovranno discernere chi sia meglio (meno peggio) scegliere tra coloro che ci diranno di aver cambiato il Paese e che quel che non si è fatto è per colpa del deep state ostile e dei burocrati europei dello zero-virgola, e coloro che vorranno farci credere che basta raccontare che gli italiani sono alla fame per meritarsi Palazzo Chigi. Altro che beffa, è un dramma. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
Terza Repubblica è il quotidiano online fondato e diretto da Enrico Cisnetto nato nel 2005 dall'esperienza di Società Aperta con l'obiettivo di creare uno spazio di commento indipendente e fuori dal coro sul contesto politico-economico del paese.
