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L'editoriale di TerzaRepubblica

Grandi equivoci e confortanti speranze

DA UN LATO LA GUERRA IBRIDA RUSSA E L’AFFERMAZIONE DEI NEONAZISTI, DALL'ALTRO LA STORICA ALLEANZA UE-CANADA

di Enrico Cisnetto - 19 settembre 2026

L’estate è ormai finita (a proposito, ben ritrovati) e ci consegna ad una stagione che si presenta all’insegna di equivoci distorcenti la realtà, e per questo molto preoccupanti. Ma anche di qualche speranza confortante, da non sottovalutare. Vediamo di che si tratta, partendo dai primi, e in particolare dalle ambiguità che riguardano la minaccia più temibile che incombe su di noi, la guerra (per ora solo ibrida) che Putin sta muovendo all’Europa. Qui sono due gli equivoci che stanno fuorviando le opinioni pubbliche continentali, italiana in primis, e in cui, invece, non dobbiamo assolutamente cadere.

Il primo ha a che fare con l’aggettivo “ibrida” che qualifica il sostantivo “guerra”. Doveva essere una definizione per distinguere i conflitti strettamente militari da quelli realizzati con altri mezzi, e invece ha finito per far credere che di guerra non si tratti. Da qui la corrente di pensiero, capitanata da disinformatori prezzolati e formata da un esercito di creduloni e pacifisti a senso unico, che alimenta domande malposte – “ma davvero credete che Putin muoverà il suo esercito contro qualche paese europeo?” – e affermazioni false tipo “è tutta una invenzione occidentale per giustificare il riarmo e i lucrosi guadagni che derivano da quegli investimenti”. Invece, oltre alla guerra militare che da oltre quattro anni e mezzo insanguina l’Ucraina, Putin ha mosso e continua a muovere una “guerra provocatoria” – di cui ogni giorno la cronaca ci fornisce conferme, come da ultimo quanto è accaduto in Lituania, dove prima un drone munito di ordigno e poi il sorvolo di due jet russi hanno richiesto l’intervento della Nato, egregiamente svolto dall’aviazione italiana nell’ambito della (sacrosanta) difesa comune Ue – cui si somma una “guerra cibernetica” su vasta scala e una “guerra manipolatoria” che con diffusione di fake news e infiltrazioni in partiti e movimenti (sindacali e sociali) europei mira a influenzare in modo distorto le opinioni pubbliche. Si chiamano in altro modo, ma sempre di guerra si tratta. Io è da tempo che in questa sede e con le mie War Room richiamo la necessità di affermare formalmente, tanto in sede europea che nazionale, che la Russia ci ha mosso guerra, sia per far capire ai cittadini come stanno le cose e sia per mettere in fuorigioco quelle forze che non solo disconoscono questa verità, ma predicano la necessità di un appeasement con Mosca.

E qui veniamo al secondo maledetto equivoco che viene alimentato: far credere che sia praticabile, basta volerlo, una soluzione diplomatica del conflitto russo-ucraino. Niente di più falso. E lo dimostrano almeno due verità inoppugnabili. La prima è il comportamento di Putin, che nei fatti non ha mai palesato alcuna volontà concreta di sedersi ad un tavolo di pace, la seconda è il fallimento dei tentativi di Trump e dei suoi emissari di riuscire a mettere fine alla guerra. Eppure, il Cremlino avrebbe tutto l’interesse a chiudere una partita costosissima (sul piano finanziario e di vite umane) che lo vede perdente, non fosse altro perché era iniziata sulla base del presupposto che sarebbe durata poco più di una settimana. Così come sarebbe interesse della Casa Bianca, da un lato marcare un punto nel tabellino (vuoto) delle cose portate a termine da un presidente che si presenterà il 4 novembre ad elezioni per lui decisive, e dall’altro creare le condizioni perché si avvii la lucrosa ricostruzione dell’Ucraina su cui il businessman Trump non vede l’ora di poter mettere le mani. La verità è che Putin, nel suo folle delirio di riaffermazione egemonica della Russia (o, se si vuole, di ricostruzione dell’Unione Sovietica), non intende porre fine all’aggressione dell’Ucraina, non solo e non tanto per conquistarne altre porzioni di territorio, quanto per giustificare ulteriori iniziative belliche (militari o ibride che siano).

Dunque, facciamola finita con questa ipocrisia della strategia “diplomatica” contrapposta a quella di “difesa”, che ha raggiunto il suo culmine con l’asserzione – ridicola se non fosse gravida di conseguenze drammatiche – dell’avvocato Conte, per cui se lui tornasse a palazzo Chigi (che è il suo vero e unico obiettivo) per prima cosa alzerebbe il telefono e imporrebbe a Putin di fare la pace. Anzi, è venuto il momento di creare le condizioni perché, a Bruxelles come in seno alle singole cancellerie continentali, si formi un’alleanza politica tra tutte le forze che intendono sinceramente opporsi al disegno putiniano. D’altra parte, se si è in guerra – e la Russia ci ha mosso guerra anche senza dichiararla apertamente – ben si giustificano alleanze tra le forze politiche che sulla guerra hanno un comune sentire, mettendo tra parentesi ogni altro motivo di distinzione.

E così occorre fare prima di tutto in Germania, laddove il pericolo derivante dalle affermazioni elettorali di Afd è prima di tutto relativo al legame (politico, organizzativo, finanziario) che questa destra estrema ha stretto con Mosca. E qui siamo ad un altro grande equivoco che inquina le nostre analisi e discussioni. L’ha fatto notare con grande efficacia Goffredo Buccini sul Corriere della Sera: nazisti sono i vertici di Afd, non i suoi elettori. Perché commettere l’errore di trasferire lo stigma dall’eletto all’elettore, attivando la “trappola dei deplorevoli” (che giustamente Buccini ricorda sia costata la Casa Bianca a Hillary Clinton, quando nella campagna elettorale del 2016 disse che almeno la metà dei sostenitori di Trump poteva stare in un “basket of deplorables” essendo “sessisti, razzisti, omofobi, xenofobi e islamofobi”), fa crescere i consensi dei nemici della democrazia e impedisce ai perdenti, le élite democratiche, di capire le vere ragioni di queste tendenze elettorali, e di metterci rimedio. Ma anche su questo versante è in agguato il maledetto equivoco. Perché è vero che in Germania (e non solo lì) l’economia è in crisi, e ciò ha conseguenze sociali, ma è falsa la rappresentazione di un impoverimento generalizzato. E consentire che diventi vulgata comune favorisce il radicarsi della convinzione che il benessere è un diritto e non (anche) il frutto dell’impegno, il che, come ha fatto notare Davide Giacalone, è seme per l’ignoranza (la cultura richiede sacrificio) e induce a pensare che siccome ne ho diritto ne voglio di più, e se chi governa non me lo assicura io voto quelli che vi mandano a quel paese (do you remember il “vaffa” grillino?), che tanto poi voterò chi manderà a quel paese anche loro quando mi deluderanno, in un crescendo di estrema radicalizzazione.

C’è rimedio a tutto questo? Certo che c’è, ma richiede élite (non solo politiche) colte e coraggiose. Ergo decidenti. Per esempio, è lecito porsi la domanda – che sarà oggetto di una delle prime puntate di War Room, che ricordo riparte da martedì 22 settembre – se non sia stato un errore, a suo tempo, non sollevare il tema della legittimità costituzionale dell’Afd anziché coltivare una democrazia debole che non ha il coraggio di difendersi dai suoi nemici dichiarati. Allo stesso tempo, il merkeliano Brandmauer, il “muro tagliafuoco” riconfermato da Merz per isolare ed escludere dal governo Afd, regge nella misura in cui esso non si abbina all’immobilismo delle forze che lo ergono. Quel “non governo” (vecchia e sempre attuale definizione lamalfiana) che in Italia ha creato le condizioni per l’affermarsi del populismo, fino al punto di consegnargli le chiavi di palazzo Chigi e che ci costringerà, l’anno prossimo, a dover scegliere tra due coalizioni ugualmente incapaci di governare e in pari misura condizionate da forze filo putiniane.

Ma mentre si assiste al dilagare di questi grandi equivoci e al fiorire di clamorose contraddizioni che circolano senza nessuno che obietti – una per tutte: i sovranisti di tutte le latitudini che invocano addirittura regole mondiali per imbrigliare l’intelligenza artificiale, e con lo stesso fine i criminalizzatori dei poteri forti tecno-finanziari che fanno da cassa di risonanza a Musk e soci – come dicevo, nel prato delle speranze qualche fiore spunta. Vi suggerisco di coglierne quattro.

Il primo, e certamente il più capace di generarne altri, è il fiore spuntato l’altro giorno a Strasburgo, dove davanti al Parlamento europeo si è celebrato uno storico accordo di eccezionale importanza: il Canada diventa membro associato dell’Unione Europea. In questo modo l’Europa esce dal suo isolamento e attraversando idealmente l’Atlantico diventa confinante con gli Stati Uniti a ovest, mentre a est, con l’adesione dell’Ucraina, che potrebbe acquisire subito lo stesso status del Canada, si spinge a ridosso della Russia, trasformandosi in un attore intercontinentale dal ruolo ben più incisivo di quello attuale. Peccato che Emma Bonino (cui va il mio commosso ricordo), alla quale Mario Monti (l’unico che finora abbia mandato a quel paese Vannacci con efficacia pari all’eleganza) ha giustamente tributato il titolo di “una delle rare persone che ha lottato per far andare avanti il mondo”, non abbia avuto il tempo di assistervi. Anche perché il coraggioso discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Ursula von der Leyen – “ultranazionalisti e russi vogliono frantumare l’Unione, ma noi lotteremo per evitarlo” – corroborato dalla proposta che anche Regno Unito, Norvegia e la stessa Ucraina facciano parte del fronte di difesa della democrazia occidentale, e l’ovazione tributata al premier canadese Mark Carney – il teorico dell’alleanza delle medie potenze nell’alveo del diritto internazionale, l’unico statista, con il cinese Xi, capace di reggere il braccio di ferro con Trump sui dazi, e insieme al presidente della Finlandia Alexander Stubb l’uomo più preparato di cui l’Occidente non trumpiano può disporre – hanno contribuito a rendere ancor più solenne la circostanza. Il cui valore è misurabile con la rabbiosa reazione dell’inquilino della Casa Bianca, che avrebbe voluto Ottawa capitale del 51mo stato Usa e non la 28ma nazione Ue (seppure con uno status particolare) e che rosica nel constatare come la Ue sia diventata il secondo partner commerciale del paese guidato da Carney grazie al quasi totale azzeramento delle tariffe reciproche.

Naturalmente non va sottovalutato il fatto che ben dieci stati membri dell’Unione tuttora non abbiano ratificato l’accordo di libero scambio Ceta stipulato con il Canada una decina di anni fa. E fa male constatare che tra questi ci sia l’Italia, la stessa che si è lungamente tormentata prima di accedere al Safe, lo strumento (ora opportunamente allargato anche al Canada) che consente di utilizzare prestiti agevolati Ue per gli investimenti nella difesa, peraltro nella misura ridotta di 8,9 miliardi rispetto ai 14,9 potenziali. Così come è evidente che l’eventuale affermazione delle forze euroscettiche nelle elezioni che nel 2027 interesseranno alcuni grandi paesi continentali (Italia e Francia, soprattutto) indebolirebbe la volontà politica necessaria a consolidare il patto Ue-Canada e dargli concretezza. Ma qui ci conforta vedere il secondo fiore spuntato nel prato della speranza: la sconfitta della destra estrema in Svezia. Certo, il centro sinistra ha vinto di misura, ma ha vinto, in un paese simbolo della miglior socialdemocrazia e nella patria del welfare. E la cosa è tanto più importante perché ha fatto seguito a distanza di pochi giorni all’affermazione elettorale (speriamo senza la conquista del governo del lander) di Afd in Sassonia, e perché dimostra che le radici della democrazia non sono seccate. Così come lo dimostrano – e qui sta il terzo fiore della speranza di cui vi ho parlato – gli anticorpi che la democrazia di Stati Uniti e Israele mostrano di avere, nonostante le torsioni impresse da Trump e Netanyahu. Da un lato, la Corte Suprema che ha bocciato la riforma (strumentale) del voto di midterm, e la Federal Reserve che ha alzato i tassi (correttamente, vista l’inflazione) mentre la Casa Bianca voleva il contrario, e questo nonostante nell’una come nell’altra istituzione predominino i membri voluti, con evidenti forzature, da Trump. Dall’altro, la divulgazione delle informazioni relative al fatto che il governo di Tel Aviv avrebbe ignorato, o quantomeno sottovalutato, gli avvertimenti sul 7 ottobre che gli erano preventivamente pervenuti. Sono segni tangibili che le democrazie funzionano e che non è vero che dobbiamo per forza affidarci alle autocrazie, anche se per mostrarsi salvifiche sacrificano la cosa più importante, la libertà.

E la libertà è affidata anche nelle mani, non sempre pulite, della stampa. Ecco perché voglio chiudere con il mio quarto fiore della speranza, segnalandovi – in questi tempi in cui, grazie alla penosa vicenda Ranucci-Lavitola, anche i più creduloni scoprono che c’è del marcio dalle parti di chi si autoproclama paladino senza macchia e senza paura della libertà di stampa – la notizia, ampiamente sottovalutata dalle nostre parti, che tre giornalisti tedeschi si sono coraggiosamente infiltrati nella rete russa che in Germania pratica la guerra ibrida, per poi poter credibilmente raccontare come opera, con dovizia di particolare. Si facciano raccontare, i colleghi di Report, è istruttivo.

Buona ripresa settembrina a tutti. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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