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Public Policy

L'editoriale di TerzaRepubblica

Carney e Stubb contro la crisi delle democrazie

L’ITALIETTA VI DEPRIME? ECCO L’ANTIDOTO: LE IDEE DEL PRIMO MINISTRO CANADESE E DEL PRESIDENTE FINLANDESE

di Enrico Cisnetto - 24 luglio 2026

Non se ne può più. Possibile che il problema principale dell’Italia siano le sorti di un gioielliere di Cuneo condannato per omicidio? Possibile che si sia presa l’abitudine di legiferare partendo dai casi di cronaca, come chi vuole riformare la legge che regola la legittima difesa dopo averla recentemente modificata, facendo credere ai gonzi che stabiliranno che farsi giustizia da soli è lecito (ma la legge dirà altro, per fortuna)? Possibile che la politica ruoti solo intorno all’ennesima riforma della legge elettorale, tra preferenze negate e consenso virtuale creato con il super premio di maggioranza? E che il dibattito politico si riduca alla tiritera sulla stabilità assicurata dalla destra, mentre la coalizione si sgretola, e sull’unità delle sinistre, mentre non hanno uno straccio di programma comune e di leadership conclamata? Per non parlare della vergogna di chi, in piena guerra militare contro l’Ucraina e ibrida contro l’Europa da parte della Russia, blandisce il nemico, Putin, con dichiarazioni più o meno esplicite. O, per scendere ancora più in basso, che dire delle insopportabili intemerate del Generale in canotta nera piuttosto che della telenovela Lavitola-Ranucci, che assicura nuovi colpi di scena dopo quello più clamoroso, la scoperta del garantismo da parte del conduttore di una trasmissione che è l’emblema del giustizialismo? Insomma, mentre il mondo vive trasformazioni epocali che richiederebbero il maggiore senso di responsabilità possibile delle classi dirigenti e il massimo dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica, l’Italia provinciale e mentecatta dedita al politainment, cioè la banalizzazione e spettacolarizzazione della vita nazionale a cura del sistema politico-mediatico, mostra il peggio di sé.

Al cospetto di tale imbarbarimento, molti si consolano convincendosi che un po’ tutte le democrazie sono in crisi, anzi che è in discussione il concetto stesso di democrazia. Certo la torsione imposta da Trump alla democrazia americana e le fortune degli autocrati delle democrature che i nazional-populisti dei paesi liberali invidiano, inducono a pensare che sia così. E i conflitti che insanguinano il mondo che fatica maledettamente a trovare un rinnovato sistema di regole e nuovi equilibri sembrano essere lì a confermarlo. Ma a ben guardare le cose non stanno (solo) così. Per esempio, il saggista canadese Stephen Marche, noto per il suo libro “The Next Civil War: Dispatches from the American Future” in cui esplora le fratture sociali e politiche degli Stati Uniti arrivando a ipotizzare ben cinque scenari distopici che potrebbero procurare un collasso delle istituzioni americane e sfociare in una vera e propria disintegrazione di quella democrazia, ha scritto sul New York Times – provocatoriamente –che l’ordine mondiale andato in frantumi non è poi un problema così grosso e che, anzi, in taluni paesi un tempo fedeli alleati degli Usa, Canada in testa, “sta emergendo un cauto ottimismo”. Ha ragione? Beh, da un lato, si è verificato il fallimento della guerra dei dazi trumpiana, che non ha affatto causato i disastri che si erano temuti (non perché fossero giuste le intenzioni della Casa Bianca, ma perché l’economia mondiale globalizzata si è dimostrata più forte del previsto), e non è cosa da poco. Dall’altro lato, si sono dimostrate vacue le minacce di Trump, quelle nei confronti della Groenlandia come dello stesso Canada, e questa circostanza ha finito per convincere europei e occidentali che nella geopolitica vale il principio di Aron Nimzowitsch, uno dei principali teorici degli scacchi ipermoderni, secondo cui “la minaccia è più forte dell’esecuzione”. Ergo, tutto il tempo e tutta l’energia spesi per capire come evitare un disastro finiscono per essere peggiori del disastro stesso, per cui una volta che il peggio è accaduto (nello specifico il tradimento americano della solidarietà euro-atlantica) ci si può e ci si deve concentrare sulla reazione, diventando attivi anziché restare passivi. Cosa che è accaduta e sta accadendo nella gestione delle politiche commerciali (per esempio, da quando Mark Carney è entrato in carica poco più di un anno fa, il governo canadese ha concluso oltre cento accordi commerciali internazionali, diversificando le alleanze), ma anche sul fronte dell’autonomia tecnologica (l’Ue ha sostituito Google con il francese Qwant come motore di ricerca predefinito nei propri sistemi ufficiali, mentre Belgio e Finlandia hanno iniziato ad abbandonare Amazon Web Services) e su quello della difesa comune (al gruppo dei Volenterosi si è affiancato la “coalizione anti-balistica” che coinvolge 9 paesi europei più l’Ucraina, e mira a unire capacità industriali e ricerca tecnologica per creare uno scudo antimissile continentale autonomo rispetto agli Usa).

Ma perché le cose vadano per il (giusto) verso indicato da Stephen Marche servono leadership politiche lungimiranti e competenti, capaci di sciftare l’orientamento delle opinioni pubbliche dalla “modalità pancia” alla “modalità testa”, e sistemi politici in grado di esaltare il ruolo e la convergenza delle forze dotate di cultura di governo, a scapito dei sovranismi di destra e dei radicalismi di sinistra, oltre che dei populismi di ogni colore. Ci sono? Se guardiamo all’Italia la risposta è no, senza appello. Ma per fortuna altre situazioni ci sono di conforto, e alimentano la speranza. Provate a leggere questo articolo pubblicato dall’Economist dell’11 luglio, e che naturalmente in Italia è passato totalmente sotto silenzio. È a firma del primo ministro del Canada, Mark Carney, e del presidente della Finlandia, Alexander Stubb, e potrebbe essere riassunto nella rivisitazione della celebre esortazione di Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista” del 1848: “potenze intermedie di tutto il mondo, unitevi!”. Ho affidato a ChatGPT il compito di tradurlo.

Guidiamo due Paesi che non hanno il lusso di poter fare affidamento sui vecchi equilibri geopolitici. La Finlandia condivide un confine con una Russia che sta conducendo una guerra di aggressione contro l’Ucraina e interferisce attivamente nelle società altrui invece di riformare la propria. Il Canada condivide il confine terrestre più lungo del mondo con gli Stati Uniti, che stanno ridefinendo le proprie priorità e trasformando tutte le loro relazioni commerciali.

Allo stesso tempo, stiamo rafforzando i rapporti con potenze come l’India, evitando dipendenze strategiche dalla Cina, così come da altri Paesi del Sud globale, perché il potere non è più concentrato esclusivamente in un unico centro occidentale. Oggi è distribuito tra tre grandi raggruppamenti: un Occidente globale, un Oriente globale e un Sud globale, ciascuno con una crescente autonomia. Tendenze autenticamente mondiali, tra cui la competizione per la potenza di calcolo, i dati e i modelli di intelligenza artificiale, stanno dando vita a un quarto raggruppamento guidato dalla tecnologia, che sta plasmando il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci connettiamo, senza essere limitato da confini o vincolato da regole.

L’ordine mondiale costruito dopo il 1945 si sta sgretolando. Le istituzioni, così come sono oggi, sono poco preparate a evitare questo declino. Ci troviamo in un momento che si presenta una sola volta in un secolo, nel quale la nostra prosperità collettiva dipenderà da ciò che sceglieremo di costruire e da come lo costruiremo.

Il lavoro che ci attende non richiede né un multilateralismo ingenuo, che si limita a difendere lo status quo, né una fredda realpolitik che lo smantella completamente. L’alternativa è un realismo fondato sui valori. Un nuovo approccio che sia al tempo stesso ispirato da principi e pragmatico. Fondato sull’impegno verso valori essenziali quali la libertà, i diritti umani, la sostenibilità e la solidarietà. Pragmatico nel riconoscere che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori. In poche parole, dobbiamo costruire alleanze calibrate, integrando profondamente quei Paesi che condividono i nostri valori, pur mantenendo apertura e lucidità nei confronti di quelli che non li condividono.

In concreto, questo significa confrontarsi attivamente con il mondo così com’è, invece di attendere passivamente che diventi come vorremmo. Significa prendere atto che il progresso è graduale e che gli interessi divergono. Richiede di riconoscere le inevitabili differenze tra i nostri Paesi e gli altri, concentrando poi gli sforzi nel lavorare insieme laddove siamo allineati e dove possiamo ottenere il massimo impatto. Il progresso può iniziare anche con monologhi, ma può realizzarsi soltanto attraverso il dialogo.

Un’altra realtà è che il mondo sta passando da un sistema prevalentemente multilaterale a uno sempre più multipolare. L’ordine multilaterale, pur con i suoi limiti, è governato dalla cooperazione e da un insieme chiaro di regole e norme. Un mondo multipolare, al contrario, è caratterizzato da accordi, transazioni e talvolta dal caos. Tuttavia, invece di considerare questa trasformazione come una scelta obbligata tra multilateralismo e multipolarismo, esiste una terza via: il plurilateralismo. Dobbiamo impegnarci per rilanciare il multilateralismo, rendendolo più rappresentativo e riformando le istituzioni. Allo stesso tempo, dobbiamo sviluppare accordi plurilaterali.

Questo approccio, una forma di geometria variabile, costruirà una fitta rete di relazioni e di coalizioni capaci di funzionare, questione per questione. In molti casi sarà più efficace collaborare con Paesi che sono in disaccordo su numerosi temi ma condividono un terreno comune sufficiente per agire su altri. Coalizioni dinamiche e costruite intorno a obiettivi specifici nasceranno sempre più spesso sulla base di interessi condivisi, piuttosto che di una sola identità comune.

La coalizione dei Paesi disposti a pianificare la sicurezza dell’Ucraina nel dopoguerra è già diventata il principale foro attraverso il quale nazioni affini e membri della Nato coordinano i loro sforzi. Gli strumenti dell’Unione Europea, incluso il programma SAFE, consentono ai partner di superare gli ostacoli burocratici e di sviluppare rapidamente capacità comuni di difesa. L’alleanza del G7 sulle materie prime critiche sta mettendo in sicurezza e diversificando le catene di approvvigionamento da cui dipende ogni economia moderna. Nell’intelligenza artificiale potremmo creare coalizioni per migliorare la sicurezza e l’accessibilità, sfruttando competenze e capacità complementari in aree cruciali come il calcolo quantistico e l’energia. La questione non è più se collaborare, ma come costruire coalizioni efficaci capaci di espandersi in tutte le regioni del mondo.

La risposta ai cambiamenti negli equilibri della geografia, del commercio e del potere – e all’ansia che essi inevitabilmente provocano nei cittadini – non è rimpiangere il mondo che non c’è più, ma costruire quello che verrà. Costruire con iniziative concrete e con istituzioni che funzionano e con alleanze solide che proteggano le persone. Approfondire i partenariati dei nostri Paesi con la parte più ampia possibile del mondo, con lucidità e fiducia.

In questo sforzo, Canada e Finlandia possono svolgere un ruolo decisivo, perché siamo tra le economie più interconnesse del pianeta grazie ai nostri commerci vivaci; siamo influenti nelle nostre capacità come nazioni che stanno aumentando la spesa per la difesa fino a livelli record; e siamo determinati nella nostra comune volontà di difendere l’integrità territoriale, i diritti umani e il pluralismo. In un mondo in rapido cambiamento abbiamo la determinazione e la resilienza necessarie per tracciare la strada da seguire. E sappiamo che molti altri condividono questo obiettivo. Li invitiamo a unirsi a noi.

L’ho voluto pubblicare integralmente, cedendo volentieri un ampio spazio che di solito riempio con i miei pensieri, per il valore intrinseco che hanno le valutazioni e le proposte di Carney e Stubb e perché rappresenta una straordinaria testimonianza di come si può esercitare da statisti e non da semplici politici (per non dire politicanti) l’alto magistero della guida del proprio paese. Come vorrei che in calce a questo testo, o di qualcuno simile, ci fosse la firma di un nostro presidente del Consiglio. O che con la dovuta umiltà, si aderisse all’invito con cui si conclude. Purtroppo, non è così, e i lettori di TerzaRepubblica sanno che il mio sforzo non è solo quello di denunciare questa mancanza, ma anche di indicarne le cause e i relativi possibili rimedi. Per questo spesso da lettori e amici mi sento dire – non per rimprovero, ma per sconforto – che suscito in loro un cupo pessimismo. Capisco il loro stato d’animo, ma rispondo sempre che qualcuno, nel paese dell’ipocrisia e del trasformismo, la deve pur dire la verità, per quanto faccia male. Senza la giusta diagnosi, è impossibile individuare la terapia più efficace. Ma quando ho letto l’articolo che giustamente l’Economist ha valorizzato – e i giornali italiani hanno ignorato – ho subito capito che dovevo usarlo per lenire il pessimismo che, mio malgrado, genero. Tanto più che questa è la mia ultima newsletter prima della pausa estiva. Forse avrò generato un po’ di invidia verso chi ha la fortuna di avere alla guida del proprio paese i Carney e gli Stubb, ma spero di avervi regalato la speranza che non tutto è perduto. Nella consapevolezza, però, che ciascuno ha i leader politici che si merita…

Serene vacanze a tutti, arrivederci a settembre.

(e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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