Starmer e Meloni
LA PARABOLA DI STARMER E QUELLA DI MELONI. PER EVITARE LA CADUTA STUDIARE MAX WEBER E PAGARE IL PREZZO DEI CAMBIAMENTI D’IDEA
di Enrico Cisnetto - 27 giugno 2026
Tu chiamale se vuoi, contraddizioni. La coincidenza temporale tra le dimissioni di Keir Starmer da primo ministro inglese e lo scoppio del caso Meloni-Trump – che comporta il rischio, latente ma tuttora aperto come dimostrano le turbolenze Nato, di una tanto inedita quanto potenzialmente devastante crisi politico-diplomatico tra Italia e Stati Uniti – mi inducono a riflettere sulle contradditorie reazioni, specie mediatiche, che le due vicende hanno suscitato a casa nostra.
Su Starmer ho letto articoli ed editoriali scritti (quasi solo) con la punta della penna intinta nel fiele. Non che l’ormai ex inquilino del 10 di Downing Street non abbia colpe e commesso errori. In particolare, non ha saputo vedere, o comunque dominare, la frustrazione sociale che ha permesso ad un populista di terza categoria, per di più sfacciatamente filo-putiniano, come Nigel Farage di vincere con il suo Reform party le recenti elezioni amministrative e di rimanere in testa ai sondaggi ormai da molti mesi, mettendo le premesse per il crollo definitivo dello storico bipartitismo britannico. Ma poco o niente si è valutato il coraggio mostrato da Starmer su due questioni a mio giudizio decisive. La prima è l’essere stato capace di sconfiggere il massimalismo corbynista che aveva conquistato e corroso il Partito laburista. Non è cosa da niente, è come se un riformista nostrano fosse capace oggi di liberare il Pd dalle scorie letali del radicalismo di Schlein, non so se mi spiego. Ma la seconda dimostrazione di lungimiranza politica è ancora più significativa, di questi tempi in cui le grandi questioni internazionali tengono banco. Parlo della capacità che Starmer ha avuto di svuotare la Brexit nella sostanza senza porre esplicitamente il tema di un suo superamento formale (credo che lo avrebbe fatto più avanti, se non l’avessero maldestramente disarcionato). Questo gli ha consentito di recuperare un positivo rapporto con l’Unione Europea, di mettersi, con Macron e Merz, alla testa dei Volenterosi, decisivi per consentire all’Ucraina di reggere l’urto russo, e di affrontare le provocazioni di Trump con un giusto mix di tatto e fermezza. Scusate se è poco. Certo, tutto questo non si è tradotto in consenso da parte degli inglesi, ma a farlo fuori non sono stati gli elettori UK, ma il suo partito, con un atto di miopia politica per il quale probabilmente pagherà un prezzo salato, salvo un miracolo del suo successore sia alla testa del partito che del governo, Andy Burnham. Valeva la pena di mettersi nelle mani di un trasformista che è stato sia con Tony Blair che con Jeremy Corbyn? Io credo proprio di no – ma vorrei tanto sbagliarmi, un primo ministro che riporti il Regno in Europa è indispensabile – e sono convinto che verrà presto il tempo in cui di quell’uomo che con grande dignità e umanità si è congedato da Downing Street, si sentirà la mancanza.
A differenza di Starmer, Meloni è ancora al suo posto e può menare vanto della longevità del suo esecutivo. Ma non so quanto stia meglio, travolta come è stata dallo tsunami Trump. Tuttavia, gli è stata risparmiata l’accusa che più le avrebbe fatto male, ed è paradossale se si pensa all’astio nutrito nei suoi confronti dalle varie componenti del campo largo e da una parte dei media. Non so se ci avete fatto caso, ma le è stato imputato di tutto – ha scimmiottato con il presidente americano, è la colpa principale che le viene attribuita, cui ora si è aggiunta quella di aver di fatto partecipato alla guerra contro l’Iran – meno la responsabilità più grave: l’aver creato le condizioni di questo grande freddo degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia (che forse ad una sinistra da sempre anti-americana può persino far piacere che si produca). Anzi, le è stato concesso l’onore delle armi, sia per la maleducazione di Trump sia per il suo essere donna e quindi oggetto di un attacco sessista. Ma qui la vera questione è un’altra: non si può dare del mentitore (e del pazzo come ha fatto La Russa, dimenticando di essere la seconda carica dello Stato) al presidente degli Stati Uniti. E non per deferenza, ma per decoro istituzionale. Contrariamente a quanto affermato dalla presidente del Consiglio, si può “implorare” la solidarietà di un alleato se questa invocazione risponde agli interessi del proprio paese (lo fece De Gasperi con grande dignità nel gennaio 1947 per sbloccare aiuti alimentari e finanziari necessari a un’Italia stremata dalla guerra e a un passo dalla bancarotta, conseguendo un enorme risultato anche politico, perché quel suo viaggio negli Usa fu il preludio del futuro Piano Marshall e segnò il decisivo ingresso dell’Italia nel blocco occidentale). Quello che non si può fare, invece, è confondere il piano dei rapporti personali (che pubblicamente devono sempre mantenersi sobri, sia nel bene che nel male) con quello dei rapporti istituzionali, che richiedono l’adesione a precisi codici di comportamento e linguaggio. Quanto alle reazioni politiche ai giudizi mediatici, non si è capito che il punto non è stabilire se Trump abbia mancato di rispetto a Meloni o se, viceversa, la presidente del Consiglio italiana se la sia andata a cercare, ma che entrambi considerino le relazioni tra Stati come una questione personale lungo l’asse della simpatia-antipatia e della fedeltà-infedeltà.
Forse sarebbe il caso, per tutti, di andarsi a studiare Max Weber – che non è quello dei carburatori, come sentii dire una volta in un conciliabolo di parlamentari cui non gli faceva difetto l’ignoranza – laddove distingue tra “etica della convinzione” ed “etica della responsabilità”. La prima consiste nell’agire secondo i propri principi, la seconda nel considerare anche le prevedibili conseguenze delle proprie azioni, e il monito del grande sociologo tedesco è che “tra avere ragione e agire responsabilmente non sempre c’è coincidenza”. Attenzione, Weber non dice che l’etica della convinzione sia sbagliata, sostiene che un leader maturo deve tenere insieme entrambe le cose. Quindi non funziona il “mi hanno offeso, per cui rispondo”, perché l’etica della responsabilità ti impone di chiederti quali effetti produrrà concretamente la tua reazione. Nello specifico, a prescindere dal fatto che fosse vero o meno che Meloni al vertice del G7 avesse cercato in tutti i modi di creare le condizioni per dire (far dire) che si era ricomposta la frattura con Trump e che tra loro era risbocciata l’amicizia. A maggior ragione perché a Evian il linguaggio del corpo suo e dell’inquilino della Casa Bianca parlava chiaro. Ma se anche fosse stato evidente il contrario, Meloni avrebbe dovuto assumere una postura weberiana e dire a sé stessa che non basta avere ragione, occorre anche essere responsabili degli effetti che la propria ragione produce decidendo se e come farla valere. Anche in presenza di un torto subito, un leader deve chiedersi se la soddisfazione immediata di una replica pubblica valga il prezzo di un deterioramento dei rapporti non con la persona che ha prodotto l’offesa, ma con ciò che istituzionalmente rappresenta.
E l’effetto che né Meloni né l’Italia si possono permettere è entrare in una sorta di “guerra fredda” con gli Stati Uniti. Non ci conviene e non ce lo possiamo permettere. Basti pensare a cosa accadrebbe se Trump decidesse, nell’ambito delle annunciate riduzioni del contingente militare americano in Europa, di chiudere tutte le basi militari presenti in Italia (oltre 120 installazioni e presidi, di cui otto principali, che ospitano circa 13mila tra soldati e funzionari): in una situazione in cui non riusciamo a spendere per il riarmo, per ragioni di bilancio ma soprattutto politico-ideologiche, per Putin sarebbe un invito a nozze. E non ci sarebbe bisogno di lanciare missili, basterebbe qualche drone super attrezzato per combinare un disastro di fronte al quale poi vai a raccontare che il presidente americano è un cafone villano. Per fortuna, Meloni s’è accorta di aver fatto un passo falso, e ha annunciato di non voler più replicare alle reiterazioni trumpiane. Ma il guaio è stato fatto, e tornare indietro ora è cosa complicata. Come si è visto dal putiferio sollevato dalle improvvide dichiarazioni del segretario generale della Nato, l’inadeguato Rutte, che hanno portato non soltanto alla solita baraonda politico-mediatica nazionale – ci abbiamo fatto il callo – ma persino ad una sgradevole e carica di incognite presa di posizione dell’Iran nei nostri confronti.
L’Italia ha bisogno di concordia e unità d’intenti per uscire dal guado, e di certo non aiuta l’apertura di un conflitto sull’esistenza o meno di una sorta di corresponsabilità – diciamo così, oggettiva – nella guerra che gli Stati Uniti hanno mosso nei confronti dell’Iran, basata sulla distinzione di lana caprina per discernere se il supporto che le basi militari sul territorio italiano hanno dato all’aviazione americana era per attività logistiche (che richiedono autorizzazioni solo governative) o attività cinetiche (che invece esigono un beneplacito parlamentare). Perché tutti i paesi europei che hanno basi Nato o direttamente americane si sono comportati come l’Italia – e cioè come hanno sempre fatto nell’ambito delle relazioni atlantiche – ma solo da noi è scoppiata la polemica? Perché le parole maleducate di Trump che hanno riguardato un po’ tutti i leader europei e persino occidentali, Papa Leone XIV compreso, solo nel caso delle contumelie lanciate nei confronti di Meloni sono diventate motivo di una crisi diplomatica?
Sei mesi fa, quando lei era convinta che fosse una buona idea proporsi pontiera tra l’Europa che non le aveva dato alcuna delega e gli Stati Uniti guidati da un presidente che concepisce solo il vassallaggio, Meloni replicava ai suoi avversari dicendo “che devo fare per dimostravi che non sono prona a The Donald, assaltare i McDonald’s, uscire dalla Nato, chiudere le basi americane?”. Ovviamente no. Ma neppure far finta di non avere sbagliato. Se vuole rimediare al fiasco che si è rivelata la sua politica estera, se vuole rendere credibili le sue conversioni – l’allontanamento da Trump, il riavvicinamento a Macron (che è andato in onda proprio in queste ore), l’inedito anelito europeista – Meloni deve, una volta tanto, offrire spiegazioni, ragionamenti. Non basta il cambio di postura e di linguaggio, deve inverare il cambio delle sue posizioni pagandone il prezzo. Deve fare abiura del suo sovranismo, spiegando che l’esperienza di governo, costringendola a fare i conti con la realtà e scoprendo che essa è assai diversa dalle convinzioni ideologiche di cui era imbevuta, le ha fatto comprendere che nel mondo interconnesso ci sarà sempre un sovranista più grande di te che in nome dei suoi interessi nazionali ti fotte (chieda consiglio al professor Gianfranco Pasquino, che ha scritto parole mirabili sull’impossibilità di essere amici tra “colleghi sovranisti”). Deve capire, la presidente del Consiglio, che il suo problema non è la subalternità e la sudditanza nei confronti di Trump – di cui scioccamente Schlein e Conte l’accusano, facendole in fondo un favore perché accreditano la tesi che lei sia vittima e non complice – ma la somiglianza, ideologica e comportamentale, che ha con lui e il mondo Maga. E trarne le dovute conseguenze. Altrimenti tra il suo sostegno alla causa ucraina e quello, in evidente contraddizione, a favore di Viktor Orbán quale cavallo di Troia putiniano in Europa, sarà difficile evitare di pensare come Francesco Cundari, e cioè che quella pro Kiev sia una scelta tattica di pura convenienza, mentre l’adesione allo schieramento nazionalpopulista e illiberale, invece, rappresenti una questione di identità e di valori.
Starmer, che non ha questo retroterra culturale e non ha commesso errori con Trump, è stato brutalmente fatto fuori. Meloni è ancora a palazzo Chigi, ma la domanda è: a quale prezzo? Per lei, ma soprattutto per noi.(e.cisnetto@terzarepubblica.it)
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