Iran pietra d'inciampo per l'Italia
LA GUERRA (GIUSTA MA FATTA IN MODO SBAGLIATO) E IL SUO ALLARGARSI SVELANO LE IPOCRISIE DEL NOSTRO SISTEMA POLITICO
di Enrico Cisnetto - 07 marzo 2026
Eccola, la pietra d’inciampo del nostro sistema politico. Dopo aver passato mesi, maggioranza e opposizioni, a surfeggiare su un mare di ambiguità intorno alla disruption prodotta da Trump nell’ordine mondiale, ora la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti (in ordine non casuale) in Iran, che è subito diventata un conflitto regionale e rischia di allargarsi ulteriormente, presenta il conto. Ed è salato assai, perché delle due l’una: o si tenta di restare nell’indeterminatezza, e allora la brutalità degli aut aut che ti si parano dinnanzi finisce per stritolarti, o se ne esce prendendo posizione, e qualunque essa sia è per definizione destinata a spaccare partiti e coalizioni, che finora hanno avuto come vero collante doppiezze e ipocrisie a profusione. Basta vedere come la guerra è arrivata in Parlamento, giovedì 5 marzo: in grave ritardo (era il sesto giorno dall’inizio del conflitto) e solo per effetto della pressione esercitata dal presidente della Repubblica (l’indiscrezione che avrebbe convocato il Consiglio supremo di difesa non è circolata a caso), senza la presenza parlante della presidente del Consiglio (che ha preferito esorcizzare la guerra parlando a Rtl 102,5). Occasione sprecata, perché la maggioranza non ha chiarito né qual è la valutazione politica del governo né quale saranno le prossime mosse – non fosse altro perché dei due ministri che hanno riferito alle Camere uno, Crosetto, ha espresso un giudizio discriminante (l’attacco americano-israeliano è fuori dal diritto internazionale) e l’altro, Tajani, se ne è ben guardato – mentre le opposizioni, more solito, si sono divise senza trovare la capacità di convergere su una mozione unitaria. Tanto che, pur creandosi un asse Schlein-Conte-Fratoianni radicalizzato a suon di vuote litanie pacifiste, il campo largo si è spaccato per l’astensione dei 5stelle sulla condanna della repressione interna prodotta dal regime iraniano, e la conseguente decisione di presentare una propria mozione, che è poi stata bocciata perché sostenuta solo in parte da Pd e Avs. Il tutto senza uno straccio di analisi strategica da parte di nessuno, ma in un clima da allarme rosso, in cui lo scontro frontale tra i due poli serve a recitare a favore di telecamere – cosa resa ridicola, oltre che insopportabile, dal fatto che in fondo destra e sinistra dicono la stessa cosa: “non partecipiamo a questa guerra” – ma anche ad occultare le profonde divisioni interne presenti in ciascuno di essi.
Fratture che comunque emergeranno quando si tornerà in aula per decidere sulla concessione delle basi americane presenti sul territorio italiano, e sarà chiaro che la distinzione tra il supporto logistico e la compartecipazione ad azioni di guerra ha la consistenza della carta velina. Ma soprattutto diventerebbero esplosive di fronte ad una crisi energetica di dimensione planetaria, che combinerebbe allo choc sui prezzi il blocco delle forniture, causando una crisi economico-finanziaria tipo quella del 2008 che sarebbe particolarmente grave per un paese privo di autonomia energetica e fortemente esportatore come l’Italia. O allorquando – malauguratamente, ma non senza un alto tasso di probabilità – il nostro paese dovesse diventare il bersaglio della ritorsione iraniana, magari sotto forma di qualche attacco terroristico visto che i missili di Teheran hanno una gittata di soli 2 mila chilometri e quindi non ci possono raggiungere, e il Paese si trovasse davanti al terribile quesito di come rispondere. Si facciano pure tutti gli scongiuri del caso, ma sul primo punto si ascoltino le accorate parole di Franco Bernabè sui drammatici rischi che corriamo, e sul secondo si leggano le parole di uno che se ne intende come il generale Vincenzo Camporini, che appunto teme un risvegliarsi del terrorismo in Europa da parte di cellule dormienti, e si noti che il ministro Piantedosi, saggiamente, ha già provveduto ad alzare il livello di vigilanza su gran parte dei 28mila obiettivi sensibili presenti in Italia.
Eppure, non sarebbe stato (e non sarebbe) difficile trovare una ragionevole convergenza politica e parlamentare. Basterebbe concordare sui seguenti punti. Primo: l’Iran è un regime tirannico, liberticida, sanguinario al proprio interno e aggressore, attraverso il finanziamento del terrorismo, verso l’esterno, e buttarlo giù sarebbe cosa benemerita. Tanto più ora che una parte della popolazione, finalmente, si ribella. Secondo: qualunque iniziativa si voglia intraprendere, va inquadrata nella cornice del diritto internazionale e del multilateralismo. Questa volta così non è stato, e per di più Trump si è mosso bypassando il Congresso e dunque riducendo la costituzione americana a carta straccia. Terzo: prima di agire occorre stabilire qual è il punto di caduta, stabilendo un rapporto di causa ed effetto tra cosa s’intende fare e gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
In questo caso, mentre è apparsa chiara la strategia di Israele – utilizzare la potenza di fuoco dell’alleato statunitense non solo per cancellare la minaccia numero uno alla propria esistenza, ma anche per espandere lo stato ebraico ben oltre i suoi attuali confini, dalla Cisgiordania, al Libano, fino ovviamente alla striscia di Gaza – e ancor più le ragioni personali che animano Netanyahu, resta oscura la reale strategia di Trump, ammesso che ne abbia una al di là dell’idea – che rischia di rivelarsi un clamoroso boomerang – di sfruttare l’attacco all’Iran in chiave elettorale americana in vista del voto di novembre di Midterm. Lì per lì la Casa Bianca ha motivato l’attacco con la volontà di bloccare la corsa nucleare di Teheran. Una spiegazione apparsa debole e contraddittoria, non fosse altro perché Trump si era vantato di aver già azzerato la struttura nucleare iraniana con l’intervento di qualche mese fa. Poi si è parlato di cambio di regime immaginando, a giorni alterni, una rivolta popolare e quindi un rovesciamento dal basso, oppure l’insediamento di una leadership amica, stile Venezuela. Circostanze entrambe impossibili: la ribellione è spontanea, e come tale disarmata e disorganizzata, mentre il push è impraticabile, perché nella repubblica islamica il potere non è concentrato nella sola figura del leader supremo, ma stratificato in maniera capillare attraverso strutture militari, politiche e religiose che si stanno ristrutturando per combattere la guerra contro l’odiata America.
Basterebbe non dico aver studiato e letto qualche libro, grazie ai quali si sarebbe potuto comprendere come l’Iran di oggi sia il portato di un impero, quello persiano, con tremila anni di storia alle spalle e non un qualunque paesucolo arabo, ma almeno aver compulsato quattro paginette di intelligence, per apprendere come è articolato il sistema di potere iraniano e scoprire che a fianco dei mullah in turbante e delle donne velate c’è un esercito di ingegneri (compresi quelli atomici) che hanno sviluppato tecnologie militari vincenti come i “droni suicidi” che costano la frazione di un missile, attaccano in massa a medio-lunga distanza saturando le difese antiaeree nemiche. Inoltre, si sarebbe evitata la sorpresa nel vedere lo stretto di Hormuz totalmente nelle mani degli Houthi (armati e finanziati dall’Iran) che hanno già bloccato il 90% dei traffici marittimi (quello che non fanno loro lo fanno le compagnie assicurative, che non coprono o esigono polizze con tariffe alle stelle) che comprendono il 25% del petrolio e il 20% del gas commercializzato a livello mondiale. E lo shock di vedere i paesi del Golfo essere oggetto di attacchi che stanno distruggendo le loro strutture energetiche (dal Qatar parte, anzi partiva, il 10% del gas liquido consumato nel mondo, tanto per dirne una), mettendo in ginocchio la loro attrattività turistica e immobiliare e sporcando irrimediabilmente la loro immagine di luoghi del futuro, che sono effetti collaterali della guerra non di poco conto. È quella che Robert Baer, ex capo degli operativi della Cia in Medio Oriente, ha definito “l’opzione Sansone”, laddove i Filistei sono le economie arabe trascinate nel baratro.
Ma il dilettantismo non finisce qui. Con tutta evidenza sono anche state sottostimate le forze militari di Teheran e non si è considerato che da decenni il regime teocratico si è preparato a reagire con una strategia di guerra asimmetrica. In questi giorni Trump e i suoi hanno speso parole roboanti per magnificare i risultati ottenuti nel distruggere le capacità difensive iraniane. Vero, al di là degli eccessi verbali. Peccato, però, che occorra tener d’occhio anche le capacità offensive di Teheran. Le quali sono tutt’altro che esaurite – secondo fonti della nostra intelligence gli iraniani hanno creato tunnel sotterranei, stile Hamas a Gaza, dove hanno nascosto 3mila missili a medio-corto raggio e 2mila a lungo, una enorme quantità di droni (che continuano a produrre senza sosta a basso costo) e i relativi lanciatori – mentre Stati Uniti, Israele e i loro alleati del Golfo stanno consumando munizioni e missili intercettori a un ritmo impressionante e con scarsa capacità di rimpiazzo. Scrive Brynn Tannehill su theatlantic.com: “gli Stati Uniti stanno spendendo risorse scarse per distruggere obiettivi che costano meno e richiedono meno tempo per essere prodotti rispetto alle armi utilizzate per distruggerli. I pianificatori americani sono perfettamente consapevoli che questo è un rapporto insostenibile, motivo per cui sia Israele sia gli Stati Uniti hanno fatto della distruzione dei lanciatori di missili balistici iraniani una priorità assoluta”. Ma quanto tempo ci vuole per riuscire nell’intento? Bloomberg scrive che, al ritmo attuale di utilizzo, gli intercettori Usa potrebbero esaurirsi nel giro di pochi giorni. Al Qatar non resterebbero che meno di cento ore. Ecco perché Trump, dopo aver strombazzato che la guerra sarebbe stata questione di giorni, ora dice che le operazioni di combattimento potrebbero durare un mese o più.
Ma c’è un altro risvolto inquietante di questa guerra che si rivela più lunga e costosa del previsto: la perdita di deterrenza degli Stati Uniti, e quindi della Nato, nel mondo. Non è un caso che Xi Jinping abbia dato ordine di accelerare la preparazione del suo esercito affinché sia pronto a invadere Taiwan, ma anche ad attaccare le forze americane e giapponesi nella regione se decideranno di muovere a difesa dell’isola. Mentre è logico pensare che al Cremlino stiano monitorando il consumo di missili e di intercettori americani in Iran e nel Golfo, perché sotto una certa soglia potrebbero decidere di imprimere una svolta alla guerra in Ucraina aprendo altri fronti, contando sull’indebolimento Nato e sulle incertezze europee. Insomma, la guerra può diventare planetaria.
Tornando all’Italia, in questo quadro l’unica cosa da fare è tenersi ben stretti i partner europei. Meloni lo ha fatto mandando una nave militare a difendere Cipro – che, ricordiamolo, è paese Ue ma non membro della Nato – quando Macron glielo ha chiesto, ma dopo aver detto un no allo stesso presidente francese che, con una proposta epocale, ha offerto il proprio ombrello nucleare ai paesi europei. Si tratta di un errore gravissimo, e c’è solo da sperare che il successivo sì possa rappresentare il segno di un ravvedimento. Mettere insieme la deterrenza nucleare francese e inglese rappresenta infatti la più importante mossa che l’Europa possa fare per emanciparsi dalla protezione americana, un ombrello che comunque Trump ha deciso unilateralmente di chiudere. Ci sarà certo da discutere sulla governance di questa alleanza per la “deterrenza avanzata” – è normale che in questa fase Macron dica che il bottone nucleare deve restare all’Eliseo, ma si tratta di un punto di partenza e non di arrivo, a mio avviso – ma starne fuori quando Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca hanno subito aderito, è davvero un errore capitale. E poi per cosa? Per non urtare la Casa Bianca? È davvero venuto il momento di abbandonare ogni velleità di “special relationship” con Trump. Non farlo, nel contesto geopolitico mondiale che la guerra in Iran sta determinando, sarebbe un suicidio. Non solo del governo e dell’intero sistema politico, che verrebbe travolto da un vero e proprio tsunami – aggiungeteci che tra due settimane l’assurdo referendum sulla magistratura indurrà i magistrati a combattere fino in fondo la guerra con la politica, sia che vinca il Sì (per ritorsione) sia che vinca il No (per investitura popolare) – ma dell’Italia tutta. Si salvi chi può. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)
L'EDITORIALE
DI TERZA REPUBBLICA
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